Un vento di guerra soffia da est

« Se continuerà con l’escalation, la reazione americana sarà fuoco e furia, come il mondo non ha mai visto ». Questa la minaccia, o meglio, questa la promessa statunitense rivolta al leader nordcoreano, meglio conosciuto oggi come « the rocket man », da quando ad agosto il Washington Post ha rivelato i contenuti di un rapporto della Difesa americana e di uno della Difesa giapponese, i quali rivelano che il programma nucleare e missilistico di Pyongyang è giunto all’ultimo stadio. Il rapporto del Pentagono non lascia più spazio a dubbi: Kim Jong-un ha il controllo su 60 testate nucleari che ora, grazie a una loro versione miniaturizzata, ma affatto meno potente, possono anche essere installate su missili intercontinentali, come il missile Taepodong 2 che è in grado di estendersi su un’area di 8000 km, allargando alquanto la platea delle potenziali vittime della follia nordcoreana. Ora Pyongyang fa davvero paura.

Prima ancora della gelida dichiarazione di Trump, aveva parlato a tal proposito il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale americano McMaster intervistato dalla MsNbc che non esitò a fare esplicito riferimento alla « guerra preventiva ». Ad agosto, inoltre, si è avuta un’interessante svolta, ovvero il fatto che, a seguito dell’ultimo lancio di un missile intercontinentale, avvenuto a luglio, le nuove sanzioni inflitte dalle Nazioni Unite furono votate, per la prima volta, anche dal principale alleato e partner commerciale di Pyongyang, la Cina. Il fatto che persino il Gigante Rosso si sia schierato dalla parte degli USA e che abbia partecipato alle sanzioni dimostra senza dubbio la presa di coscienza che la Corea del Nord è diventata una reale e concreta minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale, nonché una notevole fonte di destabilizzazione nell’area.

Sabato 23 settembre Pechino ha infine dimostrato di voler andare fino in fondo poiché, in ottemperanza alle nuove sanzioni ONU, contenute nella risoluzione 2375 del Consiglio di Sicurezza dell’11 Settembre e conseguenti al nuovo test nucleare del 3 Settembre, ha annunciato il bando totale e definitivo dell’export di gas naturale verso Pyongyang, una drastica riduzione della fornitura di prodotti raffinati, ridotta a soli 2 milioni di barili annui e l’azzeramento dell’import di tessile, che rappresenta una delle voci più importanti del commercio con la Nord Corea e che vale circa il 90% dei flussi complessivi di Pyongyang. L’importanza di queste nuove sanzioni è meglio percepibile in cifre: all’anno, la Nord Corea importa dalla Cina 5,5 milioni di barili di petrolio e 2,2 milioni di gas naturale, i quali, d’ora in avanti, diventeranno rispettivamente 2 milioni e 0.

Nel frattempo, la settimana scorsa in occasione dell’apertura dei lavori della 72° Assemblea Generale dell’ONU, il Ministro degli Esteri nordcoreano, Ri Yong-ho, ha annunciato l’ipotesi dell’esperimento più potente mai effettuato di una bomba all’idrogeno nel Pacifico, che per gli USA rappresenterebbe una delle azioni di più alto livello contro la loro sicurezza. A ciò è seguito un intenso botta e risposta fra Trump e Kim in cui il dittatore asiatico promette al Taycoon che pagherà caro di aver minacciato di radere al suolo la Corea del Nord, frase effettivamente pronunciata con riferimento al caso in cui ciò fosse necessario per proteggere la sicurezza del popolo americano e dei suoi alleati. Ri ha anche affermato che il leader nordcoreano sta considerando iniziative in risposta al presidente americano Donald Trump e al suo minaccioso discorso tenuto al Palazzo di vetro.

Lo scambio di minacce fra i due leader è stato biasimato dai Ministri degli Esteri russo, Serghiei Lavrov e cinese, Lu Kang, che lo definiscono « inaccettabile » e « una lotta all’asilo tra bambini ». Essi suggeriscono piuttosto di mantenere la calma e invitano gli USA ad attenersi alla road map (elaborata proprio da questi due Paesi) concordata, che prevede che Pyongyang ponga fine ai test missilistici e nucleari e che gli Usa in cambio terminino le esercitazioni militari con la Sud Corea. La sfida più ardua per Trump sembra dunque essere quella di esercitare autocontrollo e non cedere alle provocazioni di Kim, scivolando in bellicosi discorsi, i quali, in un clima così teso ed incerto, rischiano di non rimanere lettera morta ma di causare proprio ciò che invece si cerca di evitare.

Il presidente americano, tuttavia, sembra essere di tutt’altro avviso e, facendo esattamente il contrario di ciò che Russia, Cina (e il buon senso) suggerirebbero di fare, questo lunedì ha deciso di mostrare i muscoli a Pyongyang, ordinando al Pentagono di inviare alcuni caccia bombardieri per volare sopra i cieli vicino al confine con la Corea del Nord. La spiegazione del Dipartimento della Difesa è stata che l’operazione serve a dimostrare che il presidente Usa ha molte opzioni militari per sconfiggere ogni minaccia, che gli Stati Uniti prendono con molta serietà i comportamenti sconsiderati della Corea del Nord e che « quello inviato è un messaggio chiaro ». Il Dipartimento, però, tiene anche a specificare che l’operazione, compiuta da quattro jet Stealth F-35B, due bombardieri strategici B-1B Lancer e uno squadrone di quattro F-15C, si è svolta su acque internazionali e che quindi non c’è in alcun modo stata alcuna violazione di sovranità ai danni della Nord Corea.

Non si è fatta attendere la reazione del Ministro degli Esteri nordcoreano, che, intervenendo dallo scranno più alto dell’Assemblea Generale dell’ONU, ha definito il presidente americano una persona mentalmente disturbata e che invece di essere un « Commander in chief » è un « Commander in grief », ovvero un comandante nel dolore. Dopo aver definito quella di Trump una missione suicida e aver detto che il lancio di un razzo sul territorio statunitense è « sempre più inevitabile », egli non ha esitato ad affermare che l’inquilino della Casa Bianca sta cercando di trasformare le Nazioni Unite in un « covo di gangster » dove « lo spargimento di sangue è all’ordine del giorno », ma anche che la Corea del Nord, che non ha intenzione di usare le armi contro Paesi che non si uniscono agli Usa, si assicurerà che le conseguenze andranno ben oltre ogni aspettativa, se dovesse accadere qualcosa al suo popolo.

È necessario prendere consapevolezza che stiamo vivendo un momento di forte crisi, dove non sono solo gli interessi geopolitici ad essere in gioco, ma la sopravvivenza di centinaia di migliaia di persone, minacciate dall’oramai non più così fantascientifico spettro dell’olocausto nucleare. I prossimi giorni e le prossime settimane saranno più che decisivi per capire come proseguirà questa situazione, sempre sull’orlo del precipizio, che rischia concretamente di provocare per tutti noi un’insormontabile timore ed un profondo rimpianto.

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