Viandanti nella nebbia

Recentemente si stanno verificando dei cambiamenti per quanto riguarda la politica europea sulla gestione dei flussi migratori. Dopo il via libera della Commissione per le Libertà civili del 19 ottobre, il 16 novembre il Parlamento europeo ha dato l’appoggio alla modifica del Regolamento di Dublino, come risultato di una lunga negoziazione parlamentare in cui sinistra, socialisti, verdi, liberali e popolari si sono schierati dalla stessa parte. Ora spetta al Consiglio Europeo confermare o meno la decisione del Parlamento; l’esito è tutt’altro che scontato, dato che i rappresentanti degli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria hanno manifestato fin troppo chiaramente la loro opposizione. Il fatto che questi Paesi siano contrari all’accoglienza dei migranti non è una novità. si trovano facili conferme nei purtroppo numerosi episodi degli ultimi anni, a partire dalla costruzione da parte del governo ungherese di una barriera di separazione lungo il confine con la Serbia nell’estate del 2015, fino alle più recenti manifestazioni di revival ultranazionalista a Varsavia. La proposta del Parlamento Europeo consiste nel cambiamento del criterio di ricollocamento, che avverrebbe in futuro secondo un sistema di quote a cui tutti gli Stati membri sono obbligati ad aderire. Questo andrebbe a sostituire il meccanismo in vigore ora, che prevede che la gestione dei migranti e delle loro eventuali richieste d’asilo dev’essere portata a termine di Paesi in cui approdano per primi. Ciò ha comportato, finora, un impegno significativo e spesso troppo ampio da gestire da parte dei due principali paesi di frontiera, ovvero l’Italia e la Grecia.

Per cercare quindi di trovare una soluzione per affrontare il costante arrivo dei migranti, aumentato notevolmente nel corso del 2015, ma che ora sembra aver raggiunto una certa stabilità, sono stati portati a termine degli accordi con i maggiori Paesi da cui partono le tratte verso l’Europa. In particolare bisogna ricordare quello stipulato il 18 marzo 2016 tra UE e Turchia, che prevede che chi viaggia attraverso la rotta balcanica, se al momento del suo arrivo in Grecia non accetta di venire registrato o vede rifiutata la propria domanda viene respinto in Turchia. L’accordo che riguarda più strettamente l’Italia, e anche il più contestato, è il memorandum d’intesa (Mou) sottoscritto il 2 febbraio 2017 dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il primo ministro del governo di unità nazionale della Libia, Fayez al Serraj, che ricalca e aggiunge elementi al trattato di amicizia firmato nel 2008 con l’allora governo Gheddafi e riconfermato nel 2012, nonostante le obiezioni giunte sia dall’Italia, che dalla Libia, che dalle organizzazioni umanitarie. In sostanza, in base a questo accordo, l’Italia si impegna a finanziare la Libia affinché mantenga all’interno dei propri confini coloro che tentano la traversata del Mediterraneo per raggiungere l’Europa.

Il fatto che il trattato di amicizia prima e il memorandum poi abbiano ricevuto molteplici obiezioni sia dall’Italia, che dalla Libia, che dalle organizzazioni umanitarie, che hanno denunciato più volte le condizioni disumane di detenzione dei profughi e i maltrattamenti che subiscono dalle autorità libiche, la dice lunga sulle effettive capacità della Libia di gestire una tale situazione. Il video realizzato dalla CNN, che mostra come i migranti vengano letteralmente venduti come schiavi, violando uno dei diritti umani più elementari, ovvero quello al possesso del proprio corpo, ha fatto il giro del mondo. Molte altre fonti hanno riportato inoltre gli alquanto discutibili metodi di azione della guardia costiera libica, che spesso evita di prestare soccorso o si comporta in modo violento, con chi riesce a trarre in salvo, come documentato dall’ong tedesca Sea Watch.

Al momento anche un’altra proposta di legge è in fase di discussione al Parlamento Europeo e potrebbe essere approvata entro gennaio. Si tratta di una norma che renderebbe più facile per i Paesi europei respingere le domande dei richiedenti asilo, nel caso in cui questi ultimi abbiano transitato in un cosiddetto “paese terzo sicuro”; le nazioni di arrivo sarebbero quindi autorizzate a rispedire i profughi in tali Paesi terzi. Ciò che sta suscitando maggiori polemiche è l’articolo 45 della proposta di legge, ovvero quello che contiene la definizione di paese sicuro: un paese in cui i rifugiati non si sentano in pericolo “né per la loro libertà a causa della loro razza, la loro religione, nazionalità, appartenenza a un particolare gruppo sociale o opinione politica” (in pratica, il paese non UE più prossimo all’Unione con cui essa abbia stretto un accordo in merito). Non contempla però l’eventualità che ci sia una guerra in atto al suo interno, o che abbia o meno firmato la convenzione di Ginevra del 1951. Seguendo questo criterio di “paese terzo sicuro” diventerebbe dunque molto meno complicato rifiutare le richieste di asilo, dato che non sarebbe più necessario verificare che chi fa domanda abbia legami rilevanti con tale paese: e sufficiente che vi abbia transitato. Questo nuovo meccanismo implica anche che i Paesi di arrivo dei migranti (ancora, Italia e Grecia), dovrebbero sobbarcarsi il compito di analizzare le domande dei richiedenti e valutare se respingerli o meno nelle loro nazioni d’origine o in quelle di transito.

Queste proposte sono volte a contrastare quello che per l’UE è la questione principale: l’attività illegale dei trafficanti, ovvero di coloro che si occupano del trasporto dei migranti (o meglio, che cercano di trarre il maggior profitto possibile dal trasporto dei migranti rimanendo coinvolti il meno possibile). Gli accordi con paesi come Libia e Turchia e le nuove misure per ridurre il flusso in entrata, secondo l’ottica dell’Unione, hanno l’obiettivo di risolvere questo problema, rendendo più difficile l’ingresso stesso in Europa. Il punto è che complicare le procedure di accoglienza e inserimento legali non farà desistere i migranti dal tentare a tutti i costi di raggiungere l’Europa, bensì non farà altro che aumentare i canali illegali. Infatti, come sostiene l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) , negli ultimi tempi si è riscontrata una diminuzione nel numero degli arrivi in Italia e Grecia, le destinazioni classiche, anche perché le rotte utilizzate dai migranti si stanno diversificando sempre di più, comprendendo anche ad esempio il Mar Nero e l’isola di Cipro. Insomma, nonostante si stia cercando di prendere provvedimenti efficaci al riguardo, sembra che la soluzione al problema della gestione dei flussi migratori sia ancora lontana.

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