Vita activa è agire comune, condivisione, partecipazione

Era il 1958 e per la prima volta le librerie presentarono al pubblico Vita Activa, uno dei saggi più conosciuti e apprezzati di Hannah Arendt. Questo insieme di riflessioni acute e nitide contribuì a creare quell’alone di venerazione per una autrice che, nonostante la sua caratura, dovette sopportare feroci critiche per il suo interesse verso alcuni dei temi più spinosi del secolo: i totalitarismi, l’individualismo, la partecipazione attiva.

Vita Activa divenne ben presto un pilastro del pensiero filosofico del tardo Novecento e la stessa espressione si prestò a varie interpretazioni, alcune certamente più azzeccate di altre. Alla base delle riflessioni della filosofa, storica e scrittrice tedesca vi è innanzitutto la ricerca di un antidoto alle cause che avevano portato alcuni Stati a sperimentare forme di totalitarismo.

L’individualismo patologico è il primo campo di analisi: l’individuo-attore sociale della prima metà del Novecento è un soggetto isolato, non vi sono fattori di aggregazione o interessi comuni, ma si assiste a quelle che viene definita “disarticolazione” sociale. Il fallimento della società è prima di tutto il fallimento della politica come azione condivisa: la politica ha cessato di essere uno spazio di attività tra individui ed è diventato un luogo in cui gli individui applicano massime teoriche, un ambito di pensiero e sofismi anziché di azione.

E’ proprio nell’agire comune, invece, che l’uomo manifesta la sua umanità, nel discorso e nell’azione partecipata. Attraverso l’emarginazione e l’esclusione da un quadro di relazioni interpersonali, il totalitarismo rende ogni individuo più vulnerabile e più controllabile. Per la Arendt la politica, al contrario, è essenzialmente agire comune, è mettere in contatto gli uomini e i loro pensieri, è attività collettiva e plurale, è apertura di spazi pubblici nuovi in cui l’uomo possa fare quello che gli riesce meglio: stare con gli altri. Se ciò non fosse possibile non si parlerebbe più di umanità, ma di uomo come “fascio intercambiabile” e come tale totalmente schiavo. Non più soggetto, ma oggetto nelle mani del potere.

E’ interessante parlare di Vita Activa a distanza di 58 anni dalla sua pubblicazione? Il concetto non è mai stato così attuale, anche se il torpore e la dilagante indifferenza – conditi con una buona dose di non conoscenza della storia – potrebbero suggerire un superamento del tema. A proposito di apertura di spazi comuni, vi segnalo un’associazione che a Forlì ha deciso di pescare a manica larga dall’opera della Arendt. E si dà il caso che questa associazione si chiami proprio “Vita Activa”.

Che giovani universitari si interessino ai temi dell’attualità del proprio Paese e del mondo in cui vivono dovrebbe essere la norma. Che si decida di creare qualcosa di nuovo, uno spazio in cui confrontarsi e sviluppare spunti di riflessione non è così comune, al netto delle chiacchiere. E se è vero che quelli che per la Arendt erano i diritti civili negativi ci sono stati dati in dote dagli anni post 1945 – e a caro prezzo – poi però ci vuole la parte attiva, la creazione effettiva di esperienze. E su questo punto la maggioranza delle persone si tirerebbe indietro.

Il filo rosso che legherà tante opinioni differenti, tanti interessi e tante visioni del mondo è Atlas, il blog dell’associazione. Atlas sarà il raccoglitore di tutti questi contributi. Metterà insieme prima di tutto persone che vengono da diverse regioni, da diverse esperienze di vita, ognuno con la propria sensibilità. Solo dopo metterà insieme i loro pensieri. E ognuno, consultando i lavori di Atlas – proprio come si consulta un atlante – cercherà le proprie idee, i propri punti di vista, le proprie coordinate per orientarsi nella realtà.

L’affermazione secondo la quale il fine della scrittura sia conoscere meglio sé stessi è vera, ma al tempo stesso è incompleta: si scrive anche per il lettore, nella speranza che anche lui, tra le mille difficoltà e gli sbandamenti del presente, possa trovare la sua di strada.

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